Diritto d’autore, dovere di libertà

5 02 2010

C’è bisogno di pirateria. Mai come in questo momento c’è bisogno di pirateria.                                                                                                   Sia chiaro, la tutela della proprietà intellettuale è un diritto importante che va rispettato, mentre alcuni atti di pirateria rappresentano un furto e vanno giustamente incriminati. Ma la questione che voglio affrontare si sposta altrove.                                                                                                                             Quali sono i limiti oltre ai quali il diritto d’autore dovrebbe cessare la sua “giurisdizione”? Fino a che punto la tutela giuridica può giustificare una rendita a favore del produttore che crea monopolio, inibisce la possibilità di innovare, restringe il valore sociale di un prodotto e in certi casi reca danno alle persone? Proprio in relazione a queste domande occorre trovare dunque una soluzione per uscire dall’alternativa unica tra pirateria e proprietà, scovando forme di condivisione di conoscenza che non ledano i diritti di nessuno. Ed ecco che la tutela giuridica non sempre è la più efficace. Vediamo perchè.                                                                                                                                                                                                                Innanzitutto un po’ di storia. Basta risalire al secolo scorso per scoprire che i primi pirati furono un certo William Fox e un tale di nome Thomas Alva Edison. Pare proprio che Fox, armato di cinepresa, fuggì alle licenze imposte dai brevetti di Edison (il quale a sua volta fu accusato di rubare musica ai musicisti quando inventò il fonografo) per spostarsi verso ovest e fondare Hollywood. Ora noi ascoltiamo musica dall’I-pod e andiamo spesso al cinema grazie a questi due pirati alquanto improbabili. E la stessa cosa accadde in modo simile con le radio, i film in tv, il file-sharing..Insomma, sembra quasi che dove c’è un pirata c’è innovazione. Non fraintendetemi. Intendo dire che restringendo la facoltà di utilizzare un prodotto, un’idea, un progetto, inevitabilmente viene a mancare la possibilità di sviluppare innovazione da ciò che già esiste. E non solo. La conoscenza non viene divulgata, il raggio d’azione di un’idea positiva non avanza. Il mondo si ferma. A conferma di questa tesi riporto l’esempio della moda. In questo campo i modelli bidimensionali sono tutelati, ma l’oggetto fisico tridimensionale no. Esiste, tollerata, la possibilità di copiare, e per quanto possa sembrare assurdo spiega il successo di questo settore. Ossia, quando un modello viene imitato, penetra più rapidamente nel mercato di massa, facilitando la sua diffusione e generando nuove tendenze. E nuovi mercati. L’innovazione è servita. Fortunatamente, proprio per questo motivo, stanno riscontrando sempre più successo le Creative Commons, speciali licenze che permettono di condividere con altri un bene (sia esso materiale o immateriale) a patto di riconoscerne la paternità originale. Semplice. E’ evidente quindi che le soluzioni inerenti alla tutela della proprietà e ad un uso più libero della conoscenza ci sono.. Ma  qualcosa ancora non va, forse qualcuno non vuole.

Finisco (vorrei proseguire, magari lo farò con un altro post) con uno degli aspetti più ecclatanti (e rivoltanti) di questo annoso problema. Riguarda le case farmaceutiche (o chi per esse) che producono farmaci salvavita immediatamente brevettati. Ciò consente loro di mantenere un monopolio sui nuovi farmaci da sviluppare a cui praticano prezzi elevati, grazie ai quali ottengono licenze e investimenti da capogiro. Nel frattempo migliaia di malati muoiono perchè non possono permettersi cure adeguate. Chi è ora il vero pirata? Chi sta commettendo davvero un furto? Yusuf Hamied è un pirata a capo di un’azienda che dal 2000 ha cominciato a produrre farmaci per paesi in via di sviluppo al prezzo di un dollaro al giorno, rispetto ai 27 dei paesi occidentali. Credo proprio che diverrò pirata anche io.

Bibliografia

Per approfondimenti consiglio due bellissimi libri:                 

1)Punk capitalismo di Matt Madison, ed. La Feltrinelli

2)Creatività in rete, di Francesca Prandstraller e Enzo Rullani, ed. Franco Angeli

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