Medusa-parte terza

le giornate erano infinite, scandite solo dai rintocchi di vecchie campane e dalle voci del popolo che viveva libero nel mondo. spesso ho pensato di farla finita, a volte ci ho provato, mai ho trovato la forza o il coraggio o la vigliaccheria per riuscirci davvero.
per vent’ anni ho convissuto con un dolore vivo, con un odio velato nonostante tutto d’ amore per mia madre ( quella vera ) , con un senso d’ ira verso quella che ero e con un sano disprezzo per quella cosa che ero diventata. tutto era avvolto da una sorta di ovattato silenzio, rotto solamente dal sibilo dei miei capelli.
la finestra… oh, sì , la finestra. quello era l’ unico modo che avevo per rendermi conto realmente che esistevo anch’ io e che non avrei mai più potuto farlo come scioccamente ogni tanto mi illudevo.
erano lame roventi che si agitavano e scavavano nelle carni ogni volta chee vedevo la gente , il mercato, le liti, i baci, la vita ignara che camminava pigra per le strade.
all’ inizio l’ avevo nascosta con un armadio poi, col tempo, ho imparato ad amarla, come si ama una coperta di lana nelle notti d’ inverno. iniziai a passarci anche intere giornate. osservavo il mondo ed imparavo a riconoscere chi lo abitava. sapevo a memoria le abitutdini di ogni singolo individuo e, per malati pensieri febbricitanti, era come stare in mezzo a loro.
un giorno di due anni fà tutto cambiò…

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